La storia di un rutto un po’ in rima e un po’ no

Queste storie sono state inventate per far ridere Leone, un bambino di otto anni che crede che io sia un jukebox di fiabe, è lui che mi chiede di scrivere di rutti, scoregge e roba volgarissima con molte parolacce.

C’era una volta un piccolo rutto, appena nato. Era uscito dalla bocca di un bebè, appena nato anche lui: aveva bevuto 120 ml di latte e sulla spalla della sua mamma aveva emesso un sonoro: brot.
Il piccolo rutto aveva così deciso di andare in giro a esplorare il mondo.
Prima aveva visitato il papà del bebè che, appena dopo cena, aveva detto: guardiamo il… – brooot – telegiornale? Scusate.
Poi era uscito dalla finestra, era estate, e si era infilato nella bocca di un bambino che stava regalando un fiore alla bambina che gli faceva friccicare il cuore.
“Questo è per te” disse l’intrepido Tommaso annusando il fiore con il naso, ma quando le aveva allungato il regalo petaloso, il giovane rutto era esploso: brooot.
Tommaso era diventato tutto rosso, e il rutto era di nuovo a spasso.
Sospinto da una brezza leggera, era finito tra i denti di un pizzaiolo: tre margherite, una carciofi e prosciutto, una con i fiori di zucca, una – brooooooooot – , ops, e tre cocacole, ok?
Il rutto si era subito infilato nella bocca di Alessandra, che stava pagando le pizze. Era arrivata a casa, tenendo le labbra serrate, e come aveva aperto la porta: brooooooooot.
Il piccolo rutto era felicissimo. Era vivo solo da poche ore e già il mondo gli sembrava immenso, pieno di profumi e rumori e odori.
A casa di Alessandra, scelse come rifugio per la notte le membra del gatto Johnny.
La mattina dopo aveva deciso di concedersi un po’ di riposo ed era rimasto quatto quatto tra i canini del gatto.
Johnny, come ogni felino fa al mattino, si era avventurato in giro sui tetti. Quando avvistò una grassa lucertola, spalancò le fauci per farla braciola, ma dai denti poco affilati uscirono solo ruggiti smosciati: broooot, broot.
Il rutto tutto felice scappò, volò di qua e di là, fino ad arrivare nel centro di Roma, nella bocca del sindaco della città, che ai microfoni del TG nazionale, alla domanda: lei cosa pensa di fare? rispose:
broooooooooooot.
Il rutto a quel punto aveva il mondo in mano, ma voleva vedere il mare, di cui tanto aveva sentito parlare.
Passò di bocca in bocca, tra monti e valli, tra capre e cavalli, fino a farsi depositare nella gola di un pescatore.
Ma quello stava sempre zitto, lanciava la sua lenza e si assopiva molto in fretta. Il rutto un po’ smaniava, sentiva la salsedine e la risacca, ma rimaneva chiuso nel bavero della giacca. Un po’ annoiato, si addormentò.
E mentre dormiva, piano piano scendeva.
Aprí gli occhi ed era tutto buio, ma dove sono finito, povero me?
Voglio uscire e tuffarmi in mare, non mi resta che petare!
È così, spingi spingi, da un altro buco il rutto uscì, il pescatore imbarazzato arrossì, si guardò intorno quando quel familiare odore sentì: forte e chiaro risuonò, e con un bel prooooot il rutto liberò.


La morale della favola è che i pescatori sono degli scoreggioni.

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